Dr. Bruno C. Gargiullo

D.ssa Rosaria Damiani

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) non è solo una questione di comportamento: è una realtà biologica profondamente radicata nel cervello. Questo disturbo neuroevolutivo altera la capacità di regolare l’attenzione e le emozioni, generando iperattività e impulsività. Nonostante non influisca sull’intelligenza, l’ADHD complica l’organizzazione e la gestione delle attività quotidiane.

Una delle maggiori sfide per chi è affetto da questo disturbo è l’incredulità diffusa: miti infondati lo attribuiscono a mancanza di motivazione, di forza di volontà o di cattiva genitorialità. Tuttavia, la scienza ha dimostrato inequivocabilmente le matrici neurobiologiche, riscontrabili nelle strutture e nelle funzioni cerebrali.

Ad esempio, uno studio condotto nel Radboud University Nijmegen Medical Centre (2018) ha evidenziato che il volume cerebrale complessivo è più piccolo nei soggetti con ADHD, soprattutto in cinque aree sottocorticali. Queste differenze sono più marcate nei bambini. L’amigdala e l’ippocampo, cruciali per l’elaborazione emotiva e l’impulsività, hanno una minore dimensione e maturano ad un ritmo più lento, senza mai raggiungere la piena funzionalità rispetto a chi non presenta detto disturbo.

Tecniche avanzate di imaging cerebrale come la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la tomografia a emissione di positroni (PET) e la tomografia a emissione di fotoni singoli (SPECT) hanno rivelato alterazioni nel flusso sanguigno e nella connettività cerebrale. Una riduzione del flusso sanguigno in alcune aree prefrontali indica una minore attività cerebrale, compromettendo funzioni esecutive come pianificazione, organizzazione e attenzione. La corteccia frontale, essenziale per le funzioni esecutive, mostra anch’essa un’attività alterata, contribuendo alle difficoltà di concentrazione e di regolazione emotiva. Studi con fMRI a riposo suggeriscono che chi soffre di ADHD potrebbe avere una connettività funzionale alterata. Ad esempio, uno studio del 2010 ha mostrato che i bambini con la diagnosti di ADHD non hanno le stesse connessioni tra la corteccia frontale e l’area di elaborazione visiva, indicando un diverso modo di processare le informazioni.

Il cervello, come sappiamo, è una rete complessa in cui i neuroni comunicano tramite neurotrasmettitori. Due neurotrasmettitori chiave per l’ADHD sono la dopamina e la noradrenalina. Nei soggetti con questo disturbo, il sistema della dopamina è disregolato: la dopamina può essere insufficiente, mal utilizzata o i recettori possono essere inadeguati. I farmaci stimolanti agiscono sfavorendo la produzione di dopamina o prolungando la sua presenza nelle sinapsi.

La dopamina segue quattro percorsi principali nel cervello, due dei quali sono particolarmente rilevanti per l’ADHD: il percorso della ricompensa e il percorso mesocorticale. Il percorso della ricompensa della dopamina si attiva durante esperienze piacevoli, come mangiare cibo gustoso, rilasciando questo tipo di neurotrasmettitore che provoca sensazioni di piacere e di euforia. Questa sensazione è rafforzata dalla connessione con l’ippocampo, che aiuta a ricordare quali esperienze sono piacevoli, motivandoci a ripeterle. Il percorso mesocorticale, invece, collega aree ricche di dopamina alla corteccia prefrontale, facilitando funzioni esecutive come la cognizione, la memoria di lavoro e il processo decisionale. Nei bambini con ADHD, si ritiene che questi percorsi siano interrotti, portando a un deterioramento del funzionamento cognitivo e motivazionale. Un numero anomalo di trasportatori della dopamina potrebbe spiegare le basse quantità di detta sostanza nel cervello, e i farmaci stimolanti, come l’Adderall,  che sopprimono la ricaptazione della dopamina, spesso alleviando i sintomi che caratterizzano detto quadro clinico.

Oltre ai farmaci, esistono diverse terapie comportamentali e interventi educativi che possono aiutare a gestire i sintomi che caratterizzano questo tipo di disturbo del neurosviluppo. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è particolarmente efficace nel migliorare l’autoregolazione, le abilità organizzative, la gestione del tempo e le strategie per affrontare la distrazione. Gli interventi educativi includono l’adattamento all’ambiente scolastico per ridurre le distrazioni, l’uso di strumenti di pianificazione e la collaborazione stretta tra genitori, insegnanti e specialisti.

Nonostante le tecnologie di imaging avanzate, la diagnosi dell’ADHD non può essere effettuata solo tramite scansioni cerebrali. È necessaria una valutazione completa e multidimensionale da parte di specialisti qualificati, basata su interviste approfondite, analisi dei resoconti scolastici e test specifici per misurare attenzione e memoria. Solo così si può determinare se i criteri nosografici del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5-TR) sono soddisfatti.

Ogni passo avanti nella ricerca offre nuove speranze e strumenti per chi vive con questo disturbo, dimostrando chiaramente che l’ADHD è una realtà biologica, non una questione di scarsa volontà/motivazione.

Sensibilizzare l’opinione pubblica, in merito, è fondamentale per creare un ambiente più inclusivo e supportivo per chi ne è affetto.

Riferimenti bibliografici

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