Tratto da Bruno C. Gagiullo e Rosaria Damiani, “Vittime di un amore criminale: la violenza in famiglia”, FrancoAngeli Editore, 2010, pagina 87.

Dott. Bruno Carmine Gargiullo e Dott.ssa Rosaria Damiani – FrancoAngeli Psicologia

Un numero crescente di studi clinici ha evidenziato, nei soggetti abusati, la presenza di un’alta correlazione tra le violenze familiari subite in passato e la propensione al rischio o di subire ulteriori violenze o di divenire, a loro volta, soggetti violenti (Lobel K., 1986; Renzetti C.M., 1992; Walker L.E., 2000).Nella tipologia della vittima-offender (o vittima criminale, come de-finita da Von Hentig) rientra la “sindrome della donna maltrattata” (Battered Woman Syndrom o BWS), caratterizzata da reazioni psicologiche (fuga – attacco) che possono essere osservate in persone normali esposte a ripetuti traumi come la violenza familiare. In sintesi, una donna, che vive in un contesto ciclicamente violento, ancor più grave se ha già vissuto in un contesto familiare abusante, può spingersi ad uccidere il suo “persecutore”. L’omicidio è l’ultimo atto della vittima per porre fine al ciclo di violenze fisiche e psicologiche a cui viene sistematicamente sottoposta, dopo aver tentato una via di fuga (negando, minimizzando e razionalizzando la violenza subita o minacciata) e dopo essersi resa conto dell’impossibilità di proteggersi dalle continue aggressioni (condizione di impotenza appresa o learned helplessness) (Walker L.E., 1977-78; 1984). La BWS non riguarda unicamente una reazione esasperata da parte di una donna maltrattata poiché la medesima reazione può essere messa in atto anche da un uomo sia all’interno di un rapporto eterosessuale che o-mosessuale.Nel 1992, tale sindrome è stata fatta rientrare nel Disturbo Post-Traumatico da Stress poiché la condizione psicologica riscontrata in questi soggetti è considerata la conseguenza di una prolungata esposizione ad un grave trauma (Walker L.E., 1992).Comunque, la sindrome della donna maltrattata, pur essendo una categoria diagnostica non ufficialmente riconosciuta (non contemplata dal DSM IV-TR, 2001), viene utilizzata in ambito forense da parte degli avvo-cati difensori per dimostrare che il comportamento omicida dell’accusata è stato il risultato di una grave e persistente condotta criminale da parte dell’ucciso che, minando seriamente l’integrità psico-fisica della donna, ha spinto la vittima-offender a commettere un omicidio quale estrema e legittima reazione di difesa. In proposito, si riporta il noto caso di Kiranjit Ahluwalia che uccise il proprio coniuge per porre fine alle continue violenze a cui l’uomo la sottoponeva da anni.

Caso

Kiranjit Ahluwalia, di anni 33 al momento dell’omicidio, nacque in India in una famiglia di ceto medio. Completato l’istituto artistico ed il successivo corso di legge, fu costretta dalla famiglia a sposare un uomo, Deepak, originario del Kenia. Nel 1981, dopo il matrimonio celebrato in Canada (la donna aveva 24 anni), la giovane coppia si trasferì a Crawley, Inghilterra. Entrambi i coniugi lavoravano e dalla loro unione nacquero due figli (luglio 1984 e gennaio 1986), frut-to di violenze sessuali.Sin dall’inizio del loro matrimonio il coniuge, di robusta costituzione, si mostrò violento (violenza fisica, terrorismo psicologico ed abusi sessuali) a tal punto da spingere la donna a tentare più volte il suicidio. Deepack, a seguito di denunce presentate da Kiranjit, fu dif-fidato ben due volte dal proseguire nei suoi comportamenti violenti nei confronti della coniuge. Tali ingiunzioni, come spesso accade, incrementarono la condotta violenta e per-secutoria dell’uomo. Dopo aver tentato di sottrarsi alle continue violenze del marito e di ricondurre l’uomo alla ragione, la donna, certa di non aver più vie di scampo, decise di “punirlo”.Infatti, la donna acquistò della soda caustica ed un po’ di petrolio e alle 2.30 del 9 maggio del 1989, Kiranjit si recò al piano inferiore della loro abitazione, versò due litri di petrolio in un secchio, cosparse una candela di benzina e salì al piano superiore. Andò prima in bagno per versare nel bagnoschiuma della soda caustica e successivamente si recò nella loro camera da letto, mentre il marito ancora dormiva, per versare sul pavimento una parte del petrolio contenuto nel secchio. Nel frattempo era corsa in camera dei figli per farli vestire in modo da poter fuggire insieme a loro.Deepak, non appena sveglio, si immerse nella vasca da bagno dalla quale uscì urlando per le ustioni, provocate dal bagnoschiuma alla soda caustica, e minacciando di uccide-re la moglie. Quest’ultima, nel mettere in atto il suo proposi-to, diede fuoco al petrolio lanciando un pezzo di candela accesa, che aveva precedentemente intrisa di benzina. I vicini intervennero rapidamente portando in salvo prima i figli e poi la donna. Quando i pompieri estinsero le fiamme trovarono ancora il secchio pieno di petrolio ed il bagnoschiuma con soda caustica. L’uomo morì pochi giorni dopo (15 maggio), per le gravi u-stioni riportate, e la donna venne arrestata per omicidio.Il 7 dicembre del 1989 la Corte del Lewes Crown, in assen-za di elementi che potessero comprovare la presenza di una condizione psicopatologica al momento del crimine, la condannò all’ergastolo. Dalla condanna al ricorso in appello (settembre,1992) pas-sarono tre anni, durante i quali gli avvocati difensori riusci-rono a raccogliere prove in merito allo stato mentale della donna che la condusse all’uccisione del marito. Sulla base di tali prove, che validarono la condizione psicologica della donna come vittima di violenze reiterate e gravi da parte del congiunto, il giudice della Corte di Appello, a cui era stato affidato il caso, decise l’apertura di un nuovo processo (1992) durante il quale furono presentate le prove raccolte, atte a comprovare la condizione psicologica della donna e, quindi, la sua “non responsabilità” al crimine (“Homicide Act”, 1957). I difensori, basandosi sulle cartelle cliniche del-la donna, sulle precedenti denunce sporte dalla medesima e sui resoconti di alcuni testimoni, riuscirono a dimostrare che le violenze fisiche, gli abusi e le umiliazioni perpetrati dal coniuge, all’interno della loro relazione, avevano minato la personalità della donna a tal punto da produrre nella stessa, con il protrarsi degli anni, una condizione di impotenza (“Learned helplessness”) tale da spingerla ad un gesto così estremo (“sindrome della donna maltrattata”).Pertanto, sulla base di questi nuovi elementi, la giuria del Lewes Crown assolse Kiranjit Ahluwalia dall’accusa di omi-cidio, annullando la precedente condanna del 1989.Al buon esito del procedimento giudiziario nei confronti di Kiranjit fecero seguito altre assoluzioni per medesimi reati come, ad esempio, il caso di Sarah Thornton (R v Thornton, all ER 306, Court of Appeal, 1992), di Emma Humphreys (R v Humphreys, the Times, 7 luglio, 1995) e di Kim Galbraith (2003). Nell’ultimo caso, quello di Kim Galbraith, la donna fu prosciolta dopo aver scontato quattro anni di detenzione nella prigione della Cornton Vale, in Scozia, per aver ucciso con un colpo di pistola il coniuge Ian nel 1999.Negli Stati Uniti, nel 1983, Madelyn Diaz di anni ventiquattro, coniugata da cinque anni e madre di due bambini, uccise con un colpo di pi-stola il marito poliziotto. L’uomo, durante i brevi anni di matrimonio, aveva sottoposto la moglie a ripetuti abusi emozionali, fisici e sessuali es., Madelyn veniva costretta ad avere rapporti sessuali con estranei mentre il coniuge fungeva da spettatore (triolagnia). Anche il figlioletto di sei mesi fu percosso in testa dal padre con il calcio della pistola d’ordinanza, gridando che in quel modo avrebbe fatto prendere aria al cervello del piccolo. Accusata di omicidio di secondo grado, venne giudicata in seconda istanza non colpevole in quanto il comportamento omicidiario della donna fu considerato un legittimo atto di difesa per sé e per i suoi bambini nei confronti di una persona violenta e pericolosa. Stessa assoluzione, sempre negli USA (New York), il 9 gennaio del 2010 per la trentaduenne Amber Cummings processata per uxoricidio. Uccise il marito con due colpi di pistola.

«L’FBI ha rinvenuto, nel garage dell’abitazione dell’uomo, alcuni reperti fra cui libri, manuali ed alcune sostanze pericolose (tra cui l’uranio impoverito), utile a costruire una “bomba sporca”, ovvero un rudimentale or-digno potenzialmente letale che l’uomo intendeva usare per protestare contro l’elezione di Barack Obama. Le autorità di polizia, oltre a bandiere con la croce uncinata e altri ammennicoli in omaggio ad Adolf Hitler, hanno rinvenuto del materiale pedopornografico ed altre prove che dimostravano che l’uomo aveva assoggettato la moglie e la figlia di 9 anni ad anni di ine-narrabili torture (abusi fisici e psicologici) (corrieredellasera.it, 2010).

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